Champagneria: la signora Pina “Il mio metro quadro di cuore”

 La signora Pina abitava accanto alla chiesa di San Bernardino, in una piccola casa che guardava verso quella parte di Orvieto dove le giornate scorrevano lente, tra il silenzio delle scale e il via vai discreto di chi passava dietro al Duomo. Era una donna minuta, elegante nella semplicità. Portava spesso una gonna, una giacchettina leggera e sotto una polo chiara a maniche corte. Aveva capelli corti, occhiali sottili e un modo di stare al mondo delicato ma presente. Non ricordo quanti anni avesse, ma ricordo perfettamente quanto fosse giovanile nel modo di guardare le persone.


All’inizio era solo un saluto. Un buongiorno, una parola gentile detta passando davanti alla Champagneria. Poi piano piano iniziò a fermarsi più spesso. Ci raccontò che era stata maestra e ogni tanto ci parlava della scuola, dei ragazzi, della vita. Faceva domande semplici, ma profonde. Voleva sapere come fosse nata la nostra passione, perché avessimo deciso di aprire proprio lì, in quell’angolo nascosto dietro al Duomo, lontano dal turismo veloce che arrivava e ripartiva senza fermarsi davvero.


Molti passavano soltanto chiedendo il bagno. Noi spesso eravamo ancora lì a pulire, con il pavimento bagnato, le porte aperte, i tavoli da sistemare. Una volta, stanchi di ritrovarci improvvisamente il locale pieno di persone entrate solo per quello, ci venne da dire con assoluta serietà:

“Guardi, il bagno è distrutto, lo stiamo rimettendo a posto. Se si fida può entrare lo stesso.”

La persona ci guardò spaventata e rinunciò subito. La signora Pina rise tantissimo quel giorno.

“Voi siete pazzi”, ci disse scuotendo la testa.


Da allora iniziò quasi a far parte delle nostre giornate. Parlava molto con Jonas, che stava in sala, ma poi arrivavo io dalla cucina con un piatto in mano e finivamo sempre a chiacchierare tutti insieme. A volte si sedeva vicino alla cucina, così io potevo continuare a cucinare guardandola e scambiando due parole tra una preparazione e l’altra.


Non ricordo episodi straordinari. Ricordo però la sua presenza. La sua gentilezza costante. Il modo in cui capiva subito quando qualcosa non andava. Anche se tenevo il sorriso stampato in faccia, lei se ne accorgeva. Aveva quella sensibilità rara delle persone abituate ad ascoltare davvero gli altri.


Non faceva rumore, la signora Pina. Eppure riusciva a lasciare qualcosa nell’aria ogni volta che passava. Forse perché certe persone non entrano nella vita degli altri con grandi gesti. Ci entrano piano. E proprio per questo restano.


La signora Pina non è entrata davvero ne Il mio metro quadro di cuore. O forse sì, ma soltanto in punta di piedi, come faceva sempre lei. Ho scelto di lasciarla fuori da quelle pagine perché appartiene a un tempo diverso, più fragile e più profondo. Il tempo del post diagnosi. Il tempo in cui alcune persone, senza fare rumore, si avvicinano ancora di più.


Lei faceva parte di quel silenzio lì. Di quelle giornate in cui bastava uno sguardo per capire che qualcosa dentro si era incrinato, anche se continuavo a sorridere come sempre.


Per questo ho capito che la signora Pina non poteva stare soltanto dentro un “metro quadro” di cuore. Lei occupa qualcosa di diverso. Un volume intero di memoria e affetto. Un piccolo spazio tridimensionale fatto di presenza, gentilezza e umanità.


Forse è per questo che la sua storia aspetterà un altro libro. Un libro che arriverà più avanti, quando certe emozioni avranno trovato la forma giusta per essere raccontate davvero.


Perché alcune persone non si possono contenere in una pagina soltanto. Nemmeno in un metro quadro. Forse appena appena in un metro cubo di cuore.


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