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Champagneria Orvieto: Il mio metro quadro di cuore

 Champagneria Orvieto: il mio metro quadro di cuore Dentro la champagneria di Orvieto non c’era un sistema.   O meglio, c’era. Ma non era scritto da nessuna parte. Le persone entravano senza sapere quanto sarebbero rimaste. E spesso restavano più del previsto. Si iniziava con un bicchiere. Poi arrivava un cicchetto. Poi un altro. Poi una conversazione. Poi un’altra. E io stavo lì. In cucina, sì. Ma anche fuori. Dentro il ritmo. Non c’era un menu fisso. Non c’era una regola uguale per tutti. C’era ascolto e attenzione. C’era quel modo di lavorare in cui non servi solo da mangiare. Tieni insieme le persone. E lo champagne, in tutto questo, non era un lusso. Era una scelta precisa. Perché non puoi berlo di fretta. E lì dentro, di fretta, non si faceva niente. La champagneria non esiste più.   Eppure, ogni tanto, torna fuori. Nelle persone che la nominano. Nei ricordi. In qualche ricerca su Google. Ma soprattutto in quello che è rimasto a me. Perché certe cose non finiscono. ...

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