Io mi chiamo June: controllo, dominio, caduta

 






IO SONO JUNE CALDIER


Intervista con l’autrice


O forse no.


Perché a un certo punto succede una cosa strana, succede che un personaggio inizia a parlare così bene dentro la tua testa da sembrare reale, e allora non capisci più se lo stai scrivendo oppure se, semplicemente, gli stai dando voce.


June Caldier non esiste.

O almeno credo.


Però osserva, commenta, fa domande scomode, entra nei discorsi senza chiedere permesso e soprattutto ha questa fastidiosa abitudine di capire le persone un po’ troppo bene.


Compresa me.


Perciò sì, probabilmente questa sarà un’intervista con l’autrice.


Oppure sarà solo June Caldier che usa la mia faccia per parlare.


E sinceramente, a questo punto, non sono più sicura della differenza.


PODCAST EMOTIVAMENTE INSTABILE

Episodio 1


Intervistatrice:

Tu hai sempre questa tendenza a ribaltare tutto addosso agli altri?


June:

No.

Solo sulle persone che fanno domande pericolose senza essere pronte alle risposte.


Intervistatrice:

E io sarei una di quelle?


June:

Tu hai iniziato questa intervista convinta di stare descrivendo me.

Il problema è che non hai ancora capito quanto io stia descrivendo te.


Intervistatrice:

Perché hai scritto tutto in forma di diario, in prima persona?


June:

Perché la terza persona è comoda.

Ti permette di fingere distanza anche quando dentro stai crollando.


Intervistatrice:

Quindi è una scelta di onestà?


June:

No.

Di lucidità.


Intervistatrice:

Differenza?


June:

L’onestà cerca comprensione.

La lucidità invece osserva tutto anche quando farebbe meno male distogliere lo sguardo.


Intervistatrice:

E tu volevi essere lucida?


June:

Volevo che chi leggeva sentisse il peso dei pensieri prima ancora di riuscire a metterli in ordine.


Intervistatrice:

Questo è molto intimo.


June:

No.

Intimo è lasciare che qualcuno resti.

Scrivere è solo un modo elegante di non sparire del tutto.


Intervistatrice:

Tu credi nel vero amore?


June:

No.


Intervistatrice:

Risposta veloce.


June:

Le cose vere raramente hanno bisogno di essere annunciate con entusiasmo.   







Intervistatrice:

Quindi per te non esiste?


June:

Credo che esistano persone capaci di riconoscersi.

Che è molto diverso.


Intervistatrice:

Detta così sembra triste.


June:

No, detta così sembra adulta.

Siete voi che continuate a romanticizzare la dipendenza emotiva chiamandola destino.


Intervistatrice:

Tu hai mai amato qualcuno abbastanza da aver paura di perderlo?


June:

Tu fai sempre domande sugli altri quando in realtà stai cercando conferme per te stessa?


Intervistatrice:

Questa non è una risposta.


June:

Invece sì.

Solo che non ti piace.


Intervistatrice:

Va bene, riformulo.

Hai mai avuto paura?


June:

Le persone intelligenti hanno sempre paura.

Quelle davvero pericolose sono quelle convinte di non avere nulla da perdere.


Intervistatrice:

E quando capisci di amare qualcuno?


June:

Quando inizi a modificare il silenzio attorno a lui.


Intervistatrice:

Questa è la cosa più romantica che hai detto finora.


June:

No.

È la cosa più irreversibile.


Intervistatrice:

Perché nel tuo libro c’è così tanto erotismo?


June:

Perché il desiderio racconta le persone molto meglio delle buone maniere.


Intervistatrice:

Questa sembra una risposta preparata.


June:

No.

Quelle preparate di solito sono più rassicuranti.


Intervistatrice:

Tu usi spesso il corpo per parlare di emozioni.


June:

Perché il corpo non mente con la stessa eleganza della testa.


Intervistatrice:

Nel libro però non c’è solo erotismo.

C’è anche amore.

Il primo amore.

E poi quella persona che, in qualche modo, sembra averti presa con sé davvero.


June:

“Presa con sé” è una frase pericolosa.


Intervistatrice:

Perché?


June:

Perché le persone credono sempre che l’amore sia essere scelti.

Molto più raramente si chiedono cosa succede dopo.


Intervistatrice:

E cosa succede dopo?


June:

Succede che qualcuno inizia a vederti davvero.

Ed è lì che la situazione diventa ingestibile.


Intervistatrice:

Quindi quella storia è vera?


June:

Tu hai bisogno che lo sia?


Intervistatrice:

Sto facendo una domanda semplice.


June:

No.

Tu stai cercando di capire quanto bisogna soffrire per scrivere certe cose.


Intervistatrice:

E bisogna soffrire?


June:

Bisogna restare abbastanza lucidi da ricordarsi tutto.


Intervistatrice:

Non hai risposto.


June:

Infatti.


Intervistatrice:

Quindi è finzione?


June:

La finzione è solo la versione elegante della verità quando la verità fa troppa paura.


Intervistatrice:

Perché nel tuo libro c’è così tanto erotismo?

Perché questo bisogno continuo di raccontare il corpo?


June:

Perché il corpo è il primo posto dove le persone iniziano a mentire.


Intervistatrice:

Spiegati meglio.


June:

Tutti parlano di anima, sensibilità, connessioni profonde.

Poi basta uno sguardo giusto e improvvisamente la verità cambia temperatura.


Intervistatrice:

Quindi per te l’erotismo è verità?


June:

No.

L’erotismo è linguaggio.

E la maggior parte delle persone lo parla malissimo.


Intervistatrice:

Nel tuo libro però il corpo viene raccontato in modo quasi ossessivo.


June:

Perché il desiderio modifica tutto.

Il respiro.

Il silenzio.

La lucidità.

Persino il modo in cui una persona entra in una stanza.


Intervistatrice:

E tu volevi raccontare questo?


June:

Io volevo raccontare il momento esatto in cui qualcuno smette di controllarsi completamente.

È lì che diventate interessanti.


Intervistatrice:

“Diventate” è inquietante detto così.


June:

Perché voi associate sempre l’erotismo alla provocazione.

Io invece lo associo all’osservazione.


Intervistatrice:

Quindi non volevi provocare il lettore?


June:

La provocazione è un effetto collaterale.

La verità è che le persone si sentono a disagio quando leggono qualcuno che descrive il desiderio senza vergogna e senza romanticizzarlo.


Intervistatrice:

E tu non lo romanticizzi mai?


June:

No.

Il desiderio non è romantico.

È lucidissimo.

Siete voi che dopo ci costruite sopra le poesie per sopravvivere alle conseguenze.


Intervistatrice:

Ci sono passaggi del libro che ho trovato quasi imbarazzanti da leggere.

Non per come sono scritti, ma per quanto sembrano esposti.

Come hai vissuto il fatto di raccontarti in forma di diario?


June:

Male.


Intervistatrice:

Risposta onesta almeno.


June:

Non era onestà.

Era inevitabile.


Intervistatrice:

In che senso?


June:

La prima persona ti obbliga a restare nella stanza mentre succedono le cose.

Non puoi nasconderti dietro la letteratura.

Dietro le belle frasi.

Dietro la distanza.


Intervistatrice:

Eppure tu nel libro mantieni sempre una specie di controllo.


June:

Perché il controllo è l’ultima forma di eleganza rimasta alle persone che sentono troppo.


Intervistatrice:

Hai mai avuto paura che qualcuno ti riconoscesse davvero?


June:

Le persone riconoscono solo quello che sono pronte a vedere.


Intervistatrice:

Questa è una risposta molto triste.


June:

No.

È una risposta molto utile.


Intervistatrice:

Però alcuni passaggi sembrano quasi… intimi da leggere.


June:

Lo sono.


Intervistatrice:

E non ti crea disagio?


June:

Il disagio non nasce mai da chi scrive.

Nasce da chi legge e improvvisamente si sente scoperto.


Intervistatrice:

Quindi non ti sei mai sentita troppo esposta?


June:

Mi sono sentita osservata.

Che è diverso.


Intervistatrice:

Differenza?


June:

Esporsi è una scelta.

Essere osservati davvero, purtroppo, no.


Intervistatrice:

Però June, qualche sentimento lo proverai.

Perché nei tuoi libri l’amore c’è.

C’è il primo amore, quello che sembra quasi una dipendenza elegante, poi c’è qualcuno che ti prende davvero, qualcuno che ti tradisce, qualcuno che continui a cercare anche quando dici di aver chiuso tutto.

Io non so nemmeno quanto ci sia di vero lì dentro, però dimmi sinceramente: sono storie costruite o fanno davvero parte della tua vita?


June:

Tu continui a usare la parola “vero” come se la verità fosse qualcosa di semplice.


Intervistatrice:

E non lo è?


June:

No.

La verità raramente arriva intera.

Di solito si presenta in frammenti, in dettagli minuscoli, in cose apparentemente inutili.

Un gesto.

Una frase detta male.

Il modo in cui qualcuno smette di guardarti quando ha già deciso di andarsene.


Intervistatrice:

Questa sembra esperienza personale.


June:

Questa sembra osservazione.


Intervistatrice:

Tu ti nascondi continuamente dietro questa parola.


June:

Perché la gente sopravvaluta la confessione.

Pensate che raccontarsi significhi automaticamente essere sinceri.

In realtà molte persone usano le emozioni come scenografia.


Intervistatrice:

E tu no?


June:

Io preferisco lasciare spazio ai dettagli.

I dettagli tradiscono sempre molto più delle dichiarazioni.


Intervistatrice:

Però nei tuoi libri si sente che ami.

Anche quando sembri distante, anche quando sembri quasi crudele, l’amore c’è.


June:

Certo che c’è.

Le persone davvero fredde non scrivono libri sull’assenza.

Non passano notti intere a descrivere il modo in cui qualcuno respirava accanto a loro.

Non ricordano certe pause.

Certi silenzi.

Certi ritorni.


Intervistatrice:

Allora perché continui a sembrare così distante?


June:

Perché la distanza mantiene leggibili le cose.


Intervistatrice:

Questa è una risposta terribile.


June:

No.

Terribile è quando qualcuno ti entra dentro abbastanza da modificare il tuo modo di pensare e poi pretende anche di essere dimenticato con eleganza.


Intervistatrice:

Quindi ti è successo davvero.


June:

Tu continui a fare una domanda molto ingenua.


Intervistatrice:

Quale?


June:

Pensare che io debba aver vissuto tutto esattamente così per poterlo scrivere.


Intervistatrice:

E invece?


June:

Invece certe persone non si scrivono perché sono esistite.

Si scrivono perché, in qualche modo, continuano a esistere anche dopo.


Intervistatrice:

Perché qualcuno dovrebbe comprare il tuo libro?


June:

Non dovrebbe.


Intervistatrice:

Risposta molto incoraggiante dal punto di vista editoriale.


June:

Le persone comprano troppe cose convinte che le faranno sentire meno sole.

Libri compresi.


Intervistatrice:

Quindi il tuo libro non parla alla solitudine?


June:

No.

Parla a chi ha smesso di raccontarsela troppo bene.


Intervistatrice:

Questo è volutamente ambiguo?


June:

No, siete voi che avete bisogno di spiegazioni rassicuranti prima di aprire qualcosa che potrebbe riconoscervi.


Intervistatrice:

Riconoscervi è una parola pericolosa.


June:

Infatti molti leggono solo per distrarsi.

Pochissimi leggono per essere messi davanti a sé stessi.


Intervistatrice:

E il tuo libro farebbe questo?


June:

Il mio libro non consola.

Osserva.


Intervistatrice:

Detta così sembra quasi una minaccia.


June:

Le persone si sentono minacciate soprattutto quando qualcuno descrive cose che fanno finta di non vedere.


Intervistatrice:

Quindi nessuno dovrebbe comprarlo?


June:

No.

Qualcuno, però, potrebbe riconoscersi troppo.

E a quel punto sarebbe già tardi.


Intervistatrice:

Le persone raccontate nel libro sono reali?


June:

Alcune potrebbero esserlo.

Altre potrebbero essere soltanto il modo in cui qualcuno ha scelto di ricordarle.

Perché le persone non esistono mai in una forma sola, cambiano a seconda di chi le guarda, di chi le ama, di chi le perde, di chi continua a pensarle anche dopo.


Intervistatrice:

Quindi stai dicendo che potrebbero esistere oppure no.


June:

Sto dicendo che certe persone diventano così profonde dentro qualcuno da smettere quasi di appartenere alla realtà e iniziare ad appartenere alla memoria, all’immaginazione, al desiderio, alla mancanza.


Intervistatrice:

E questo le rende meno vere?


June:

No.

A volte le cose più impossibili sono proprio quelle che lasciano più tracce.


Intervistatrice:

Quando hai deciso di scrivere?

Com’è nata questa passione?


June:

Non è nata dalla scrittura.


Intervistatrice:

E da cosa allora?


June:

Dall’osservazione.

Io fotografo da anni.

Giro molto, cambio spesso città, alberghi, aeroporti, volti.

E a un certo punto mi sono accorta che le fotografie trattengono l’immagine delle persone, ma non il rumore che lasciano dentro.


Intervistatrice:

Questa è una frase molto bella.


June:

No.

È una frase molto vera.


Intervistatrice:

Quindi hai iniziato a scrivere per completare quello che non riuscivi a fotografare?


June:

Forse.

La fotografia ferma un istante.

La scrittura invece riesce a trattenere quello che succede subito dopo.

Il cedimento.

La tensione.

Le cose che le persone cercano disperatamente di nascondere appena si accorgono di essere state viste davvero.


Intervistatrice:

Tu osservi molto gli altri.


June:

Perché quasi nessuno osserva davvero.

La gente guarda, consuma, passa oltre.

Io invece resto sui dettagli.


Intervistatrice:

E quando hai capito che volevi trasformare tutto questo in un libro?


June:

Quando mi sono resa conto che continuavo a scrivere appunti ovunque.

Frasi.

Respiri.

Dialoghi sentiti a metà.

Il modo in cui qualcuno stringeva una sigaretta mentre mentiva.

A un certo punto non era più materiale sparso.

Era già una voce.


Intervistatrice:

La tua?


June:

Quella di qualcuno che aveva iniziato a capire troppo le persone per riuscire ancora a raccontarle in modo innocente.


Intervistatrice:

June, intanto ti ringrazio davvero per questa intervista.

Ammetto che a tratti è stato anche un po’ destabilizzante parlare con te.


June:

Di solito succede quando le persone fanno domande aspettandosi risposte semplici.


Intervistatrice:

Pensi che faremo altre interviste?


June:

Probabile.


Intervistatrice:

Io sarei molto interessata, sinceramente.


June:

Al momento devo partire per New York.


Intervistatrice:

Detta così sembri un personaggio scritto apposta.


June:

È New York che ha questa pessima abitudine di sembrare irreale.


Intervistatrice:

E cosa farai lì?


June:

Lavoro.

Fotografie.

Persone da osservare fingendo di non osservarle.

Le solite cose.


Intervistatrice:

Hai sempre questo modo di parlare come se stessi nascondendo metà delle informazioni.


June:

Perché l’altra metà di solito è la più interessante.


Intervistatrice:

Quindi ci sarà una seconda intervista?


June:

Quando rientro possiamo sentirci al telefono.

Magari la prossima volta ti parlerò dei viaggi, delle città che mi sono rimaste addosso, delle persone incontrate troppo tardi o troppo presto.


Intervistatrice:

E sarà finalmente tutto più chiaro?


June:

No.

Ma forse sarà più vero.


IO SONO JUNE CALDIER


Intervista con l’autrice


O forse no.


Perché a un certo punto succede una cosa strana, succede che un personaggio inizia a parlare così bene dentro la tua testa da sembrare reale, e allora non capisci più se lo stai scrivendo oppure se, semplicemente, gli stai dando voce.


June Caldier non esiste.

O almeno credo.


Però osserva, commenta, fa domande scomode, entra nei discorsi senza chiedere permesso e soprattutto ha questa fastidiosa abitudine di capire le persone un po’ troppo bene.


Compresa me.


Perciò sì, probabilmente questa sarà un’intervista con l’autrice.


Oppure sarà solo June Caldier che usa la mia faccia per parlare.


E sinceramente, a questo punto, non sono più sicura della differenza.


PODCAST EMOTIVAMENTE INSTABILE

Episodio 1


Intervistatrice:

Tu hai sempre questa tendenza a ribaltare tutto addosso agli altri?


June:

No.

Solo sulle persone che fanno domande pericolose senza essere pronte alle risposte.


Intervistatrice:

E io sarei una di quelle?


June:

Tu hai iniziato questa intervista convinta di stare descrivendo me.

Il problema è che non hai ancora capito quanto io stia descrivendo te.


Intervistatrice:

Perché hai scritto tutto in forma di diario, in prima persona?


June:

Perché la terza persona è comoda.

Ti permette di fingere distanza anche quando dentro stai crollando.


Intervistatrice:

Quindi è una scelta di onestà?


June:

No.

Di lucidità.


Intervistatrice:

Differenza?


June:

L’onestà cerca comprensione.

La lucidità invece osserva tutto anche quando farebbe meno male distogliere lo sguardo.


Intervistatrice:

E tu volevi essere lucida?


June:

Volevo che chi leggeva sentisse il peso dei pensieri prima ancora di riuscire a metterli in ordine.


Intervistatrice:

Questo è molto intimo.


June:

No.

Intimo è lasciare che qualcuno resti.

Scrivere è solo un modo elegante di non sparire del tutto.


Intervistatrice:

Tu credi nel vero amore?


June:

No.


Intervistatrice:

Risposta veloce.


June:

Le cose vere raramente hanno bisogno di essere annunciate con entusiasmo.


Intervistatrice:

Quindi per te non esiste?


June:

Credo che esistano persone capaci di riconoscersi.

Che è molto diverso.


Intervistatrice:

Detta così sembra triste.


June:

No, detta così sembra adulta.

Siete voi che continuate a romanticizzare la dipendenza emotiva chiamandola destino.


Intervistatrice:

Tu hai mai amato qualcuno abbastanza da aver paura di perderlo?


June:

Tu fai sempre domande sugli altri quando in realtà stai cercando conferme per te stessa?


Intervistatrice:

Questa non è una risposta.


June:

Invece sì.

Solo che non ti piace.


Intervistatrice:

Va bene, riformulo.

Hai mai avuto paura?


June:

Le persone intelligenti hanno sempre paura.

Quelle davvero pericolose sono quelle convinte di non avere nulla da perdere.


Intervistatrice:

E quando capisci di amare qualcuno?


June:

Quando inizi a modificare il silenzio attorno a lui.


Intervistatrice:

Questa è la cosa più romantica che hai detto finora.


June:

No.

È la cosa più irreversibile.


Intervistatrice:

Perché nel tuo libro c’è così tanto erotismo?


June:

Perché il desiderio racconta le persone molto meglio delle buone maniere.


Intervistatrice:

Questa sembra una risposta preparata.


June:

No.

Quelle preparate di solito sono più rassicuranti.


Intervistatrice:

Tu usi spesso il corpo per parlare di emozioni.


June:

Perché il corpo non mente con la stessa eleganza della testa.


Intervistatrice:

Nel libro però non c’è solo erotismo.

C’è anche amore.

Il primo amore.

E poi quella persona che, in qualche modo, sembra averti presa con sé davvero.


June:

“Presa con sé” è una frase pericolosa.


Intervistatrice:

Perché?


June:

Perché le persone credono sempre che l’amore sia essere scelti.

Molto più raramente si chiedono cosa succede dopo.


Intervistatrice:

E cosa succede dopo?


June:

Succede che qualcuno inizia a vederti davvero.

Ed è lì che la situazione diventa ingestibile.


Intervistatrice:

Quindi quella storia è vera?


June:

Tu hai bisogno che lo sia?


Intervistatrice:

Sto facendo una domanda semplice.


June:

No.

Tu stai cercando di capire quanto bisogna soffrire per scrivere certe cose.


Intervistatrice:

E bisogna soffrire?


June:

Bisogna restare abbastanza lucidi da ricordarsi tutto.


Intervistatrice:

Non hai risposto.


June:

Infatti.


Intervistatrice:

Quindi è finzione?


June:

La finzione è solo la versione elegante della verità quando la verità fa troppa paura.


Intervistatrice:

Perché nel tuo libro c’è così tanto erotismo?

Perché questo bisogno continuo di raccontare il corpo?


June:

Perché il corpo è il primo posto dove le persone iniziano a mentire.


Intervistatrice:

Spiegati meglio.


June:

Tutti parlano di anima, sensibilità, connessioni profonde.

Poi basta uno sguardo giusto e improvvisamente la verità cambia temperatura.


Intervistatrice:

Quindi per te l’erotismo è verità?


June:

No.

L’erotismo è linguaggio.

E la maggior parte delle persone lo parla malissimo.


Intervistatrice:

Nel tuo libro però il corpo viene raccontato in modo quasi ossessivo.


June:

Perché il desiderio modifica tutto.

Il respiro.

Il silenzio.

La lucidità.

Persino il modo in cui una persona entra in una stanza.


Intervistatrice:

E tu volevi raccontare questo?


June:

Io volevo raccontare il momento esatto in cui qualcuno smette di controllarsi completamente.

È lì che diventate interessanti.


Intervistatrice:

“Diventate” è inquietante detto così.


June:

Perché voi associate sempre l’erotismo alla provocazione.

Io invece lo associo all’osservazione.


Intervistatrice:

Quindi non volevi provocare il lettore?


June:

La provocazione è un effetto collaterale.

La verità è che le persone si sentono a disagio quando leggono qualcuno che descrive il desiderio senza vergogna e senza romanticizzarlo.


Intervistatrice:

E tu non lo romanticizzi mai?


June:

No.

Il desiderio non è romantico.

È lucidissimo.

Siete voi che dopo ci costruite sopra le poesie per sopravvivere alle conseguenze.


Intervistatrice:

Ci sono passaggi del libro che ho trovato quasi imbarazzanti da leggere.

Non per come sono scritti, ma per quanto sembrano esposti.

Come hai vissuto il fatto di raccontarti in forma di diario?


June:

Male.


Intervistatrice:

Risposta onesta almeno.


June:

Non era onestà.

Era inevitabile.


Intervistatrice:

In che senso?


June:

La prima persona ti obbliga a restare nella stanza mentre succedono le cose.

Non puoi nasconderti dietro la letteratura.

Dietro le belle frasi.

Dietro la distanza.


Intervistatrice:

Eppure tu nel libro mantieni sempre una specie di controllo.


June:

Perché il controllo è l’ultima forma di eleganza rimasta alle persone che sentono troppo.


Intervistatrice:

Hai mai avuto paura che qualcuno ti riconoscesse davvero?


June:

Le persone riconoscono solo quello che sono pronte a vedere.


Intervistatrice:

Questa è una risposta molto triste.


June:

No.

È una risposta molto utile.


Intervistatrice:

Però alcuni passaggi sembrano quasi… intimi da leggere.


June:

Lo sono.


Intervistatrice:

E non ti crea disagio?


June:

Il disagio non nasce mai da chi scrive.

Nasce da chi legge e improvvisamente si sente scoperto.


Intervistatrice:

Quindi non ti sei mai sentita troppo esposta?


June:

Mi sono sentita osservata.

Che è diverso.


Intervistatrice:

Differenza?


June:

Esporsi è una scelta.

Essere osservati davvero, purtroppo, no.


Intervistatrice:

Però June, qualche sentimento lo proverai.

Perché nei tuoi libri l’amore c’è.

C’è il primo amore, quello che sembra quasi una dipendenza elegante, poi c’è qualcuno che ti prende davvero, qualcuno che ti tradisce, qualcuno che continui a cercare anche quando dici di aver chiuso tutto.

Io non so nemmeno quanto ci sia di vero lì dentro, però dimmi sinceramente: sono storie costruite o fanno davvero parte della tua vita?


June:

Tu continui a usare la parola “vero” come se la verità fosse qualcosa di semplice.


Intervistatrice:

E non lo è?


June:

No.

La verità raramente arriva intera.

Di solito si presenta in frammenti, in dettagli minuscoli, in cose apparentemente inutili.

Un gesto.

Una frase detta male.

Il modo in cui qualcuno smette di guardarti quando ha già deciso di andarsene.


Intervistatrice:

Questa sembra esperienza personale.


June:

Questa sembra osservazione.


Intervistatrice:

Tu ti nascondi continuamente dietro questa parola.


June:

Perché la gente sopravvaluta la confessione.

Pensate che raccontarsi significhi automaticamente essere sinceri.

In realtà molte persone usano le emozioni come scenografia.


Intervistatrice:

E tu no?


June:

Io preferisco lasciare spazio ai dettagli.

I dettagli tradiscono sempre molto più delle dichiarazioni.


Intervistatrice:

Però nei tuoi libri si sente che ami.

Anche quando sembri distante, anche quando sembri quasi crudele, l’amore c’è.


June:

Certo che c’è.

Le persone davvero fredde non scrivono libri sull’assenza.

Non passano notti intere a descrivere il modo in cui qualcuno respirava accanto a loro.

Non ricordano certe pause.

Certi silenzi.

Certi ritorni.


Intervistatrice:

Allora perché continui a sembrare così distante?


June:

Perché la distanza mantiene leggibili le cose.


Intervistatrice:

Questa è una risposta terribile.


June:

No.

Terribile è quando qualcuno ti entra dentro abbastanza da modificare il tuo modo di pensare e poi pretende anche di essere dimenticato con eleganza.


Intervistatrice:

Quindi ti è successo davvero.


June:

Tu continui a fare una domanda molto ingenua.


Intervistatrice:

Quale?


June:

Pensare che io debba aver vissuto tutto esattamente così per poterlo scrivere.


Intervistatrice:

E invece?


June:

Invece certe persone non si scrivono perché sono esistite.

Si scrivono perché, in qualche modo, continuano a esistere anche dopo.


Intervistatrice:

Perché qualcuno dovrebbe comprare il tuo libro?


June:

Non dovrebbe.


Intervistatrice:

Risposta molto incoraggiante dal punto di vista editoriale.


June:

Le persone comprano troppe cose convinte che le faranno sentire meno sole.

Libri compresi.


Intervistatrice:

Quindi il tuo libro non parla alla solitudine?


June:

No.

Parla a chi ha smesso di raccontarsela troppo bene.


Intervistatrice:

Questo è volutamente ambiguo?


June:

No, siete voi che avete bisogno di spiegazioni rassicuranti prima di aprire qualcosa che potrebbe riconoscervi.


Intervistatrice:

Riconoscervi è una parola pericolosa.


June:

Infatti molti leggono solo per distrarsi.

Pochissimi leggono per essere messi davanti a sé stessi.


Intervistatrice:

E il tuo libro farebbe questo?


June:

Il mio libro non consola.

Osserva.


Intervistatrice:

Detta così sembra quasi una minaccia.


June:

Le persone si sentono minacciate soprattutto quando qualcuno descrive cose che fanno finta di non vedere.


Intervistatrice:

Quindi nessuno dovrebbe comprarlo?


June:

No.

Qualcuno, però, potrebbe riconoscersi troppo.

E a quel punto sarebbe già tardi.


Intervistatrice:

Le persone raccontate nel libro sono reali?


June:

Alcune potrebbero esserlo.

Altre potrebbero essere soltanto il modo in cui qualcuno ha scelto di ricordarle.

Perché le persone non esistono mai in una forma sola, cambiano a seconda di chi le guarda, di chi le ama, di chi le perde, di chi continua a pensarle anche dopo.


Intervistatrice:

Quindi stai dicendo che potrebbero esistere oppure no.


June:

Sto dicendo che certe persone diventano così profonde dentro qualcuno da smettere quasi di appartenere alla realtà e iniziare ad appartenere alla memoria, all’immaginazione, al desiderio, alla mancanza.


Intervistatrice:

E questo le rende meno vere?


June:

No.

A volte le cose più impossibili sono proprio quelle che lasciano più tracce.


Intervistatrice:

Quando hai deciso di scrivere?

Com’è nata questa passione?


June:

Non è nata dalla scrittura.


Intervistatrice:

E da cosa allora?


June:

Dall’osservazione.

Io fotografo da anni.

Giro molto, cambio spesso città, alberghi, aeroporti, volti.

E a un certo punto mi sono accorta che le fotografie trattengono l’immagine delle persone, ma non il rumore che lasciano dentro.


Intervistatrice:

Questa è una frase molto bella.


June:

No.

È una frase molto vera.


Intervistatrice:

Quindi hai iniziato a scrivere per completare quello che non riuscivi a fotografare?


June:

Forse.

La fotografia ferma un istante.

La scrittura invece riesce a trattenere quello che succede subito dopo.

Il cedimento.

La tensione.

Le cose che le persone cercano disperatamente di nascondere appena si accorgono di essere state viste davvero.


Intervistatrice:

Tu osservi molto gli altri.


June:

Perché quasi nessuno osserva davvero.

La gente guarda, consuma, passa oltre.

Io invece resto sui dettagli.


Intervistatrice:

E quando hai capito che volevi trasformare tutto questo in un libro?


June:

Quando mi sono resa conto che continuavo a scrivere appunti ovunque.

Frasi.

Respiri.

Dialoghi sentiti a metà.

Il modo in cui qualcuno stringeva una sigaretta mentre mentiva.

A un certo punto non era più materiale sparso.

Era già una voce.


Intervistatrice:

La tua?


June:

Quella di qualcuno che aveva iniziato a capire troppo le persone per riuscire ancora a raccontarle in modo innocente.


Intervistatrice:

June, intanto ti ringrazio davvero per questa intervista.

Ammetto che a tratti è stato anche un po’ destabilizzante parlare con te.


June:

Di solito succede quando le persone fanno domande aspettandosi risposte semplici.


Intervistatrice:

Pensi che faremo altre interviste?


June:

Probabile.


Intervistatrice:

Io sarei molto interessata, sinceramente.


June:

Al momento devo partire per New York.


Intervistatrice:

Detta così sembri un personaggio scritto apposta.


June:

È New York che ha questa pessima abitudine di sembrare irreale.


Intervistatrice:

E cosa farai lì?


June:

Lavoro.

Fotografie.

Persone da osservare fingendo di non osservarle.

Le solite cose.


Intervistatrice:

Hai sempre questo modo di parlare come se stessi nascondendo metà delle informazioni.


June:

Perché l’altra metà di solito è la più interessante.


Intervistatrice:

Quindi ci sarà una seconda intervista?


June:

Quando rientro possiamo sentirci al telefono.

Magari la prossima volta ti parlerò dei viaggi, delle città che mi sono rimaste addosso, delle persone incontrate troppo tardi o troppo presto.


Intervistatrice:

E sarà finalmente tutto più chiaro?


June:

No.

Ma forse sarà più vero.


IO SONO JUNE CALDIER


Intervista con l’autrice


O forse no.


Perché a un certo punto succede una cosa strana, succede che un personaggio inizia a parlare così bene dentro la tua testa da sembrare reale, e allora non capisci più se lo stai scrivendo oppure se, semplicemente, gli stai dando voce.


June Caldier non esiste.

O almeno credo.


Però osserva, commenta, fa domande scomode, entra nei discorsi senza chiedere permesso e soprattutto ha questa fastidiosa abitudine di capire le persone un po’ troppo bene.


Compresa me.


Perciò sì, probabilmente questa sarà un’intervista con l’autrice.


Oppure sarà solo June Caldier che usa la mia faccia per parlare.


E sinceramente, a questo punto, non sono più sicura della differenza.


PODCAST EMOTIVAMENTE INSTABILE

Episodio 1


Intervistatrice:

Tu hai sempre questa tendenza a ribaltare tutto addosso agli altri?


June:

No.

Solo sulle persone che fanno domande pericolose senza essere pronte alle risposte.


Intervistatrice:

E io sarei una di quelle?


June:

Tu hai iniziato questa intervista convinta di stare descrivendo me.

Il problema è che non hai ancora capito quanto io stia descrivendo te.


Intervistatrice:

Perché hai scritto tutto in forma di diario, in prima persona?


June:

Perché la terza persona è comoda.

Ti permette di fingere distanza anche quando dentro stai crollando.


Intervistatrice:

Quindi è una scelta di onestà?


June:

No.

Di lucidità.


Intervistatrice:

Differenza?


June:

L’onestà cerca comprensione.

La lucidità invece osserva tutto anche quando farebbe meno male distogliere lo sguardo.


Intervistatrice:

E tu volevi essere lucida?


June:

Volevo che chi leggeva sentisse il peso dei pensieri prima ancora di riuscire a metterli in ordine.


Intervistatrice:

Questo è molto intimo.


June:

No.

Intimo è lasciare che qualcuno resti.

Scrivere è solo un modo elegante di non sparire del tutto.


Intervistatrice:

Tu credi nel vero amore?


June:

No.


Intervistatrice:

Risposta veloce.


June:

Le cose vere raramente hanno bisogno di essere annunciate con entusiasmo.


Intervistatrice:

Quindi per te non esiste?


June:

Credo che esistano persone capaci di riconoscersi.

Che è molto diverso.


Intervistatrice:

Detta così sembra triste.


June:

No, detta così sembra adulta.

Siete voi che continuate a romanticizzare la dipendenza emotiva chiamandola destino.


Intervistatrice:

Tu hai mai amato qualcuno abbastanza da aver paura di perderlo?


June:

Tu fai sempre domande sugli altri quando in realtà stai cercando conferme per te stessa?


Intervistatrice:

Questa non è una risposta.


June:

Invece sì.

Solo che non ti piace.


Intervistatrice:

Va bene, riformulo.

Hai mai avuto paura?


June:

Le persone intelligenti hanno sempre paura.

Quelle davvero pericolose sono quelle convinte di non avere nulla da perdere.


Intervistatrice:

E quando capisci di amare qualcuno?


June:

Quando inizi a modificare il silenzio attorno a lui.


Intervistatrice:

Questa è la cosa più romantica che hai detto finora.


June:

No.

È la cosa più irreversibile.


Intervistatrice:

Perché nel tuo libro c’è così tanto erotismo?


June:

Perché il desiderio racconta le persone molto meglio delle buone maniere.


Intervistatrice:

Questa sembra una risposta preparata.


June:

No.

Quelle preparate di solito sono più rassicuranti.


Intervistatrice:

Tu usi spesso il corpo per parlare di emozioni.


June:

Perché il corpo non mente con la stessa eleganza della testa.


Intervistatrice:

Nel libro però non c’è solo erotismo.

C’è anche amore.

Il primo amore.

E poi quella persona che, in qualche modo, sembra averti presa con sé davvero.


June:

“Presa con sé” è una frase pericolosa.


Intervistatrice:

Perché?


June:

Perché le persone credono sempre che l’amore sia essere scelti.

Molto più raramente si chiedono cosa succede dopo.


Intervistatrice:

E cosa succede dopo?


June:

Succede che qualcuno inizia a vederti davvero.

Ed è lì che la situazione diventa ingestibile.


Intervistatrice:

Quindi quella storia è vera?


June:

Tu hai bisogno che lo sia?


Intervistatrice:

Sto facendo una domanda semplice.


June:

No.

Tu stai cercando di capire quanto bisogna soffrire per scrivere certe cose.


Intervistatrice:

E bisogna soffrire?


June:

Bisogna restare abbastanza lucidi da ricordarsi tutto.


Intervistatrice:

Non hai risposto.


June:

Infatti.


Intervistatrice:

Quindi è finzione?


June:

La finzione è solo la versione elegante della verità quando la verità fa troppa paura.


Intervistatrice:

Perché nel tuo libro c’è così tanto erotismo?

Perché questo bisogno continuo di raccontare il corpo?


June:

Perché il corpo è il primo posto dove le persone iniziano a mentire.


Intervistatrice:

Spiegati meglio.


June:

Tutti parlano di anima, sensibilità, connessioni profonde.

Poi basta uno sguardo giusto e improvvisamente la verità cambia temperatura.


Intervistatrice:

Quindi per te l’erotismo è verità?


June:

No.

L’erotismo è linguaggio.

E la maggior parte delle persone lo parla malissimo.


Intervistatrice:

Nel tuo libro però il corpo viene raccontato in modo quasi ossessivo.


June:

Perché il desiderio modifica tutto.

Il respiro.

Il silenzio.

La lucidità.

Persino il modo in cui una persona entra in una stanza.


Intervistatrice:

E tu volevi raccontare questo?


June:

Io volevo raccontare il momento esatto in cui qualcuno smette di controllarsi completamente.

È lì che diventate interessanti.


Intervistatrice:

“Diventate” è inquietante detto così.


June:

Perché voi associate sempre l’erotismo alla provocazione.

Io invece lo associo all’osservazione.


Intervistatrice:

Quindi non volevi provocare il lettore?


June:

La provocazione è un effetto collaterale.

La verità è che le persone si sentono a disagio quando leggono qualcuno che descrive il desiderio senza vergogna e senza romanticizzarlo.


Intervistatrice:

E tu non lo romanticizzi mai?


June:

No.

Il desiderio non è romantico.

È lucidissimo.

Siete voi che dopo ci costruite sopra le poesie per sopravvivere alle conseguenze.


Intervistatrice:

Ci sono passaggi del libro che ho trovato quasi imbarazzanti da leggere.

Non per come sono scritti, ma per quanto sembrano esposti.

Come hai vissuto il fatto di raccontarti in forma di diario?


June:

Male.


Intervistatrice:

Risposta onesta almeno.


June:

Non era onestà.

Era inevitabile.


Intervistatrice:

In che senso?


June:

La prima persona ti obbliga a restare nella stanza mentre succedono le cose.

Non puoi nasconderti dietro la letteratura.

Dietro le belle frasi.

Dietro la distanza.


Intervistatrice:

Eppure tu nel libro mantieni sempre una specie di controllo.


June:

Perché il controllo è l’ultima forma di eleganza rimasta alle persone che sentono troppo.


Intervistatrice:

Hai mai avuto paura che qualcuno ti riconoscesse davvero?


June:

Le persone riconoscono solo quello che sono pronte a vedere.


Intervistatrice:

Questa è una risposta molto triste.


June:

No.

È una risposta molto utile.


Intervistatrice:

Però alcuni passaggi sembrano quasi… intimi da leggere.


June:

Lo sono.


Intervistatrice:

E non ti crea disagio?


June:

Il disagio non nasce mai da chi scrive.

Nasce da chi legge e improvvisamente si sente scoperto.


Intervistatrice:

Quindi non ti sei mai sentita troppo esposta?


June:

Mi sono sentita osservata.

Che è diverso.


Intervistatrice:

Differenza?


June:

Esporsi è una scelta.

Essere osservati davvero, purtroppo, no.


Intervistatrice:

Però June, qualche sentimento lo proverai.

Perché nei tuoi libri l’amore c’è.

C’è il primo amore, quello che sembra quasi una dipendenza elegante, poi c’è qualcuno che ti prende davvero, qualcuno che ti tradisce, qualcuno che continui a cercare anche quando dici di aver chiuso tutto.

Io non so nemmeno quanto ci sia di vero lì dentro, però dimmi sinceramente: sono storie costruite o fanno davvero parte della tua vita?


June:

Tu continui a usare la parola “vero” come se la verità fosse qualcosa di semplice.


Intervistatrice:

E non lo è?


June:

No.

La verità raramente arriva intera.

Di solito si presenta in frammenti, in dettagli minuscoli, in cose apparentemente inutili.

Un gesto.

Una frase detta male.

Il modo in cui qualcuno smette di guardarti quando ha già deciso di andarsene.


Intervistatrice:

Questa sembra esperienza personale.


June:

Questa sembra osservazione.


Intervistatrice:

Tu ti nascondi continuamente dietro questa parola.


June:

Perché la gente sopravvaluta la confessione.

Pensate che raccontarsi significhi automaticamente essere sinceri.

In realtà molte persone usano le emozioni come scenografia.


Intervistatrice:

E tu no?


June:

Io preferisco lasciare spazio ai dettagli.

I dettagli tradiscono sempre molto più delle dichiarazioni.


Intervistatrice:

Però nei tuoi libri si sente che ami.

Anche quando sembri distante, anche quando sembri quasi crudele, l’amore c’è.


June:

Certo che c’è.

Le persone davvero fredde non scrivono libri sull’assenza.

Non passano notti intere a descrivere il modo in cui qualcuno respirava accanto a loro.

Non ricordano certe pause.

Certi silenzi.

Certi ritorni.


Intervistatrice:

Allora perché continui a sembrare così distante?


June:

Perché la distanza mantiene leggibili le cose.


Intervistatrice:

Questa è una risposta terribile.


June:

No.

Terribile è quando qualcuno ti entra dentro abbastanza da modificare il tuo modo di pensare e poi pretende anche di essere dimenticato con eleganza.


Intervistatrice:

Quindi ti è successo davvero.


June:

Tu continui a fare una domanda molto ingenua.


Intervistatrice:

Quale?


June:

Pensare che io debba aver vissuto tutto esattamente così per poterlo scrivere.


Intervistatrice:

E invece?


June:

Invece certe persone non si scrivono perché sono esistite.

Si scrivono perché, in qualche modo, continuano a esistere anche dopo.


Intervistatrice:

Perché qualcuno dovrebbe comprare il tuo libro?


June:

Non dovrebbe.


Intervistatrice:

Risposta molto incoraggiante dal punto di vista editoriale.


June:

Le persone comprano troppe cose convinte che le faranno sentire meno sole.

Libri compresi.


Intervistatrice:

Quindi il tuo libro non parla alla solitudine?


June:

No.

Parla a chi ha smesso di raccontarsela troppo bene.


Intervistatrice:

Questo è volutamente ambiguo?


June:

No, siete voi che avete bisogno di spiegazioni rassicuranti prima di aprire qualcosa che potrebbe riconoscervi.


Intervistatrice:

Riconoscervi è una parola pericolosa.


June:

Infatti molti leggono solo per distrarsi.

Pochissimi leggono per essere messi davanti a sé stessi.


Intervistatrice:

E il tuo libro farebbe questo?


June:

Il mio libro non consola.

Osserva.


Intervistatrice:

Detta così sembra quasi una minaccia.


June:

Le persone si sentono minacciate soprattutto quando qualcuno descrive cose che fanno finta di non vedere.


Intervistatrice:

Quindi nessuno dovrebbe comprarlo?


June:

No.

Qualcuno, però, potrebbe riconoscersi troppo.

E a quel punto sarebbe già tardi.


Intervistatrice:

Le persone raccontate nel libro sono reali?


June:

Alcune potrebbero esserlo.

Altre potrebbero essere soltanto il modo in cui qualcuno ha scelto di ricordarle.

Perché le persone non esistono mai in una forma sola, cambiano a seconda di chi le guarda, di chi le ama, di chi le perde, di chi continua a pensarle anche dopo.


Intervistatrice:

Quindi stai dicendo che potrebbero esistere oppure no.


June:

Sto dicendo che certe persone diventano così profonde dentro qualcuno da smettere quasi di appartenere alla realtà e iniziare ad appartenere alla memoria, all’immaginazione, al desiderio, alla mancanza.


Intervistatrice:

E questo le rende meno vere?


June:

No.

A volte le cose più impossibili sono proprio quelle che lasciano più tracce.


Intervistatrice:

Quando hai deciso di scrivere?

Com’è nata questa passione?


June:

Non è nata dalla scrittura.


Intervistatrice:

E da cosa allora?


June:

Dall’osservazione.

Io fotografo da anni.

Giro molto, cambio spesso città, alberghi, aeroporti, volti.

E a un certo punto mi sono accorta che le fotografie trattengono l’immagine delle persone, ma non il rumore che lasciano dentro.


Intervistatrice:

Questa è una frase molto bella.


June:

No.

È una frase molto vera.


Intervistatrice:

Quindi hai iniziato a scrivere per completare quello che non riuscivi a fotografare?


June:

Forse.

La fotografia ferma un istante.

La scrittura invece riesce a trattenere quello che succede subito dopo.

Il cedimento.

La tensione.

Le cose che le persone cercano disperatamente di nascondere appena si accorgono di essere state viste davvero.


Intervistatrice:

Tu osservi molto gli altri.


June:

Perché quasi nessuno osserva davvero.

La gente guarda, consuma, passa oltre.

Io invece resto sui dettagli.


Intervistatrice:

E quando hai capito che volevi trasformare tutto questo in un libro?


June:

Quando mi sono resa conto che continuavo a scrivere appunti ovunque.

Frasi.

Respiri.

Dialoghi sentiti a metà.

Il modo in cui qualcuno stringeva una sigaretta mentre mentiva.

A un certo punto non era più materiale sparso.

Era già una voce.


Intervistatrice:

La tua?


June:

Quella di qualcuno che aveva iniziato a capire troppo le persone per riuscire ancora a raccontarle in modo innocente.


Intervistatrice:

June, intanto ti ringrazio davvero per questa intervista.

Ammetto che a tratti è stato anche un po’ destabilizzante parlare con te.


June:

Di solito succede quando le persone fanno domande aspettandosi risposte semplici.


Intervistatrice:

Pensi che faremo altre interviste?


June:

Probabile.


Intervistatrice:

Io sarei molto interessata, sinceramente.


June:

Al momento devo partire per New York.


Intervistatrice:

Detta così sembri un personaggio scritto apposta.


June:

È New York che ha questa pessima abitudine di sembrare irreale.


Intervistatrice:

E cosa farai lì?


June:

Lavoro.

Fotografie.

Persone da osservare fingendo di non osservarle.

Le solite cose.


Intervistatrice:

Hai sempre questo modo di parlare come se stessi nascondendo metà delle informazioni.


June:

Perché l’altra metà di solito è la più interessante.


Intervistatrice:

Quindi ci sarà una seconda intervista?


June:

Quando rientro possiamo sentirci al telefono.

Magari la prossima volta ti parlerò dei viaggi, delle città che mi sono rimaste addosso, delle persone incontrate troppo tardi o troppo presto.


Intervistatrice:

E sarà finalmente tutto più chiaro?


June:

No.

Ma forse sarà più vero.


Il libro lo trovate su Amazon

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