Il mio metro quadro di cuore
Ci sono giornate di lavoro che iniziano tranquille.
Tu dici:
“oggi torno a casa presto.”
E già lì l’universo ride.
Perché poi arriva il primo tavolo,
poi il secondo,
poi uno vuole lo champagne ma solo “quello molto minerale”,
uno è intollerante,
uno non mangia melanzane dal 2004,
e nel frattempo il telefono squilla così tanto che a un certo punto lo abbassavamo per venti minuti come fosse un parente ingestibile.
Io continuavo a dire:
“so’ fresca come ‘na rosa.”
Bugia talmente grande che probabilmente meritava una denuncia.
C’erano notti in cui il locale sembrava un film di Almodóvar mentre Tim Burton passava solo per complicare la situazione.
Noi dentro:
con le tisane nel cristallo,
la macchina del caffè trattata meglio di un essere umano,
e il lievito madre che ormai prendeva decisioni autonome.
A un certo punto parlavo pure con gli elettrodomestici.
Non per stress.
Per collaborazione.
“Dai forno, non mi abbandonare proprio stasera.”
La cosa assurda è che ero stanchissima
ma anche felicissima.
Perché quel posto non era solo un locale.
Era un ecosistema emotivo con le prenotazioni.
Perché quel posto non era solo un locale.
Era una lunga, meravigliosa forma di sopravvivenza con sottofondo jazz e rock. Perché quel posto non era solo un locale.
Era un modo complicatissimo di sentirsi vivi.
E se volete capire davvero com’era vivere dentro tutto questo caos meraviglioso,
trovate Il mio metro quadro di cuore di Velia De Angelis.
E dentro ci sono rimaste tutte le luci accese.


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