Champagneria Orvieto: Il mio metro quadro di cuore

 Champagneria Orvieto: il mio metro quadro di cuore

Dentro la champagneria di Orvieto non c’era un sistema.  

O meglio, c’era. Ma non era scritto da nessuna parte.

Le persone entravano senza sapere quanto sarebbero rimaste. E spesso restavano più del previsto.

Si iniziava con un bicchiere. Poi arrivava un cicchetto. Poi un altro. Poi una conversazione. Poi un’altra.

E io stavo lì.

In cucina, sì. Ma anche fuori. Dentro il ritmo.

Non c’era un menu fisso. Non c’era una regola uguale per tutti.

C’era ascolto e attenzione.

C’era quel modo di lavorare in cui non servi solo da mangiare. Tieni insieme le persone.

E lo champagne, in tutto questo, non era un lusso.

Era una scelta precisa.

Perché non puoi berlo di fretta.

E lì dentro, di fretta, non si faceva niente.

La champagneria non esiste più.  

Eppure, ogni tanto, torna fuori.

Nelle persone che la nominano. Nei ricordi. In qualche ricerca su Google.

Ma soprattutto in quello che è rimasto a me.

Perché certe cose non finiscono.  

Cambiano forma.

Io per anni ho lavorato lì dentro.

Ho costruito, tenuto insieme, imparato.

Poi, a un certo punto, tutto quello che non si vedeva ha iniziato a pesare di più.

E allora ho fatto una cosa diversa.

Ho iniziato a scrivere.

Non per raccontare la champagneria.

Ma perché tutto quello che c’era dentro non andasse perso.

E da lì è nato il resto.

Ci sono quattro anni che sono stati nel calendario, ma vissuti in maniera diversa.

Non hanno seguito un ordine preciso. Alcuni giorni passavano veloci, altri restavano addosso più del previsto.

In tutto quel bailamme ho scritto.

All’inizio senza pensarci troppo. Non per un progetto, non per arrivare da qualche parte. Scrivevo perché mi è sempre piaciuto farlo. E perché mi faceva stare bene.

Avevo tanto materiale. Appunti, frasi, pezzi sparsi. Non tutto aveva bisogno di essere detto.

In quei quattro anni sono cambiate molte cose. Non in modo evidente, ma abbastanza da farmi capire che quello che stavo facendo non era più solo per me.

La cucina è rimasta, ma non era più l’unico spazio. A un certo punto si è aperto altro. Più interno, più silenzioso.

Non tutto quello che ho vissuto è finito sulla pagina. Molte cose le ho tenute per me.

Da quel tempo è nato Nonostante tutto io resto.  

Poi Il mio metro quadro di cuore. Più essenziale, più concentrato.

È stato in quel passaggio che ho capito che la scrittura non era solo qualcosa che mi faceva stare bene.

Era anche un modo per arrivare.

Non so dare un nome preciso a quello che è successo in questi quattro anni. So solo che mi hanno cambiata.

E che, anche quando non scrivevo, in qualche modo stavo già scrivendo.


Alla fine, tra tutto quello che è successo, una cosa è rimasta.

“È stato un progetto costruito insieme. E si è visto.”

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